Chi nutre le IA?

La nuova normativa GDPR ci mostra quanti dati cediamo alle grandi società di servizi. Oltre ad essere usati per offrirci pubblicità sempre più mirate e vicine ai nostri desideri, oggi hanno anche altre finalità, per qualcuno più inquietanti.

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Un uomo naufraga su un’isola deserta. Si trova disteso sulla spiaggia, a guardare l’oceano, quando all’improvviso vede una bottiglia sigillata con un foglio all’intero. Si tuffa in acqua, la recupera e torna a riva. Trepidante la apre e srotola il messaggio:

«Gentile naufrago, abbiamo aggiornato la nostra informativa sulla privacy. Firma e rigetta in mare per accettare i nuovi termini d’utilizzo.»

Fermi tutti! La GDPR.

Uno scenario nemmeno troppo irrealistico, quello dell’isola, di fronte alla mole di email che ci hanno raggiunti in questi giorni. Tutti i servizi a cui siamo iscritti (ve li ricordavate tutti, vero?) ci hanno informato che hanno aggiornato la loro informativa sulla privacy in ottemperanza all’entrata in vigore della nuova normativa europea sul trattamento dei dati, la GDPR.

Foto: thedrum.com

L’Europa si fa garante di una nuova forma di tutela del cittadino, dopo anni di accumulo non regolamentato di dati da parte dei Big della Silicon Valley: Facebook, Google, Amazon e Apple. Perché se è vero che la GDPR interessa tutti, uffici, siti, e-commerce e app, sono i social network il principale obbiettivo della regolamentazione europea. Maggior chiarezza sui dati raccolti, sul modo in cui vengono rilevati, maggiore protezione, accesso facilitato al titolare dei dati (noi), e – infine –  la garanzia dell’eliminazione degli stessi in caso di richiesta da parte dell’utente.

La mole di email accumulate nella nostra inbox ci fa finalmente intuire quanto le nostre azioni sul web siano profilate. Dal sito del nostro quotidiano preferito allo shop online, passando per i social network. Puntini digitali che disegnano le nostre abitudini. Qualcosa sta però cambiando.

 

La predizione dell’IA

Ogni giorno effettuiamo decine di ricerche su Google, passiamo minuti su Facebook, scrolliamo la timeline di Instagram, anche non se paghiamo un euro per questo. Eppure, servizi come Spotify o Netflix richiedono un abbonamento mensile. Perché? Riscopriamo l’acqua calda: nel primo caso, aziende come Facebook e Google, monetizzano sui nostri dati. Usi e consumi delineano un nostro profilo virtuale, utile per creare pubblicità mirate, e quindi più efficaci nello spingerci a comprare un servizio o un bene.

Tanto più forti sono i legami tra le aziende che raccolgono i dati, tanto più precisi sono i risultati: seduti sul divano cercate su Amazon una scaletta per la casa, senza acquistare nulla. La mattina dopo, navigando nella timeline di Facebook trovate un annuncio per alcune scale in offerta presenti su Amazon.

Un algoritmo perfetto, consolidato, efficace. Google è andata oltre.

Forte di una potenza di calcolo senza precedenti nella storia umana, Big G analizza in tempo reale miliardi di dati ogni giorno. I suoi server lavorano 24/7 per studiare ogni sorta di informazione che, attraverso i nostri smartphone, offriamo: chiavi di ricerca, traffico sulle mappe, fotografie caricate online, la nostra voce quando dialoghiamo con l’assistente virtuale, le scansioni dei nostri documenti, eccetera. Grazie a tutti questi dati si possono creare degli schemi predittivi, ovvero quello che ultimamente sentiamo spesso chiamare IA, Intelligenza Artificiale.

Google Places: analizzando il numero di persone che frequenta un determinato luogo, Google è in grado di stimare l’affluenza e i tempi d’attesa. Foto: Google
Google Translate: attraverso la scansione di migliaia di documenti, l’IA di Google è sempre più brava a riconoscere dei testi e a tradurli nella lingua richiesta.  Foto: Google
Google Photo: l’analisi di milioni di fotografie permette a Google di riconoscere elementi comuni presenti all’interno degli scatti, modificando di conseguenza le sue impostazioni per offrire cieli più azzurri, prati più verdi e volti più contrastati. Foto: MKBHD
Google Lens: sempre attraverso l’analisi fotografica, Google è in grado di riconoscere oggetti all’interno degli scatti e indirizzare gli utenti verso lo shop. Foto: Google

 

Il recente keynote di Google ha lasciato tutti senza fiato di fronte ad una telefonata tra un IA ed un inconsapevole persona reale.

 

Apprendimento contro coscienza

Spinti dalla vitalità, e da un senso tangibile di futuro che sino a pochi anni fa potevamo solo immaginare, il termine intelligenza artificiale è stato utilizzato ovunque. Ora abbiamo aspirapolvere con IA, frigoriferi con IA, bilance con IA. In realtà è solo marketing.

Ancora oggi si discute su cosa sia effettivamente un’intelligenza artificiale. 

La linea di confine tra la realtà e i film di fantascienza ha un nome: il test di Turing.

Turing, matematico del secolo scorso, nonché artefice della decrittazione della macchina Enigma e padre dei primi computer, ipotizzò che un’intelligenza artificiale fosse tale solo quando, messa di fronte ad un interlocutore  all’oscuro della sua natura, riuscisse ad ingannarlo. Pare essere quanto mostrato nella dimostrazione telefonica di Google. Non è così.

Foto: HBO. Westworld.

L’assistente di Google effettua la chiamata con un compito preciso, ma imposto, e nonostante inserisca dei “hmmm” per far sembrare la sua attesa più umana, corre lungo binari prestabiliti.

Un percorso tracciato grazie all’analisi approfondita di miliardi di dati da noi forniti. Una serie di “if/else” (se, allora) che simula un numero elevato di scenari. Se l’interlocutore umano avesse sparigliato le carte rispondendo in maniera assurdamente casuale, almeno dal punto di vista matematico, con un «Apri la saracinesca esterna, HAL.», l’assistente virtuale avrebbe ricominciato il suo loop, ripetendo la domanda iniziale, sperando in un risultato diverso. Nessuna coscienza, quindi, nessun libero arbitrio, ma solo un precisissimo algoritmo.

Per ora l’IA di Google impara, si migliora e presto arriverà a predire in anticipo cosa vorremo chiedergli, dandoci l’impressione di essere sempre più umana.